Il CdQ redige il ‘Manifesto per il Pigneto’ e chiede una ‘rivoluzione’

Il CdQ preme sull'acceleratore: "il tempo del quartiere è adesso"

“Il problema più grande ha un nome: Stazione Pigneto”. S’intitola ‘Manifesto per il Pigneto’ il documento redatto e condiviso sui social e in giro per il Pigneto da parte del Comitato di Quartiere Pigneto-Prenestino: ancora un’invettiva, forse la più feroce e onnicomprensiva degli ultimi tempi, per chiedere che venga restituito al Pigneto “il rispetto” che merita.

Il volantino e il video diffuso dal comitato recano un QR Code che rimanda a un link esterno col testo della denuncia, un grido che sa tanto di dolore quanto di battaglia contro molte realtà territoriali. Ce n’è per tutti: Roma Capitale, Regione Lazio, V Municipio, RFI, Commissario Straordinario, gestori di locali, proprietari di b&b e, chi ne ha, più ne metta.

Riportiamo qui di seguito il testo completo del ‘Manifesto per il Pigneto’ firmato dal Comitato di Quartiere Pigneto-Prenestino:

“Il Pigneto è casa, non terra di nessuno.
Il Pigneto non è un fondale per il consumo veloce della città.
Non è un dormitorio turistico, né un quartiere dormitorio.
Non è una pista di attraversamento per la movida.
Non è un cantiere infinito da subire in silenzio.
Non è un quartiere da attraversare, sfruttare, sporcare e dimenticare.
Il Pigneto è un quartiere vivo, abitato, fragile e resistente.
È fatto di persone, case, scuole, negozi, relazioni, memorie, strade, piazze, alberi, cortili,
bambini, anziani, lavoratori, studenti, famiglie.
È fatto di chi ogni giorno respira, attraversa, cura e subisce la qualità — o la mancanza di qualità — dello spazio pubblico.
Per questo diciamo basta.
Basta alla spazzatura lasciata per strada da chi usa il quartiere senza rispettarlo.
Basta agli affitti brevi senza responsabilità verso la comunità che li circonda.
Basta alle attività che alimentano degrado, rumore e insicurezza attraverso la somministrazione incontrollata di alcol, anche nelle ore notturne e, secondo le segnalazioni dei cittadini, anche a persone minorenni.
Basta alla viabilità sconvolta, alla sosta selvaggia, all’inquinamento, ai parcheggi impossibili, ai marciapiedi occupati, alle strade bloccate.
Basta a una movida senza regole che scarica sugli abitanti il costo privato del divertimento altrui: rumore, rifiuti, insonnia, spaccio di droga, alcool, insicurezza, paura, rabbia.
Basta a un quartiere in cui le strade vengono chiuse per voragini e dissesti senza che i cittadini sappiano quando saranno ripristinate, con conseguenze pesanti sulla viabilità, sulla sicurezza, sui tempi di percorrenza e sulla vita quotidiana.
Basta a interventi frammentari e calati dall’alto.
Il progetto delle strisce blu, se non è accompagnato da una visione complessiva della viabilità, da orari pensati per aiutare realmente gli abitanti e da misure concrete contro la sosta selvaggia, rischia di essere inutile: non una soluzione, ma un ulteriore peso per i residenti.
Basta alla Circonvallazione Casilina Ovest lasciata senza controllo, sporca, male illuminata, attraversata da incuria, rifiuti, escrementi, degrado e assenza di presidio nelle ore più critiche.
Basta a un quartiere costretto a convivere con traffico aumentato, bus articolati, cantieri, polveri, vibrazioni, rumori notturni e aria peggiore, senza ricevere informazioni chiare, aggiornate e verificabili.
Il rumore non è un fastidio secondario.
Il rumore è perdita di salute, di riposo, di vita quotidiana.
Chi abita sulla Circonvallazione Ovest e nelle aree più vicine al cantiere non può essere costretto a subire lavorazioni notturne, vibrazioni, mezzi pesanti e disturbi continui senza tutele, limiti, controlli e misure di mitigazione.
Chiediamo che il rumore del cantiere venga monitorato, contenuto e limitato, soprattutto nelle ore notturne.
Chiediamo il rispetto del diritto al riposo.
Chiediamo che la vita degli abitanti non venga considerata un danno collaterale dell’opera pubblica.
Chiediamo che sia risolto il problema del servizio pubblico sulla Casilina, con il trenino sospeso prima ancora di completare le gare di appalto della nuova linea, e senza un servizio sostitutivo efficiente.
Il problema più grande ha un nome: Stazione Pigneto.
O meglio: il modo in cui la Stazione Pigneto viene gestita, comunicata e imposta al quartiere.
Chiediamo opere pubbliche, sì, abbiamo chiesto la realizzazione della stazione più di venti anni fa, e siamo favorevoli anche oggi.
Chiediamo connessioni, trasporto, infrastrutture, mobilità, verde, sicurezza, bellezza.
Ma non accettiamo che un’opera strategica diventi un alibi per sospendere i diritti di chi abita qui.
Non accettiamo un totem informativo spento.
Non accettiamo l’assenza di un calendario pubblico comprensibile.
Non accettiamo il silenzio sugli step dei lavori.
Non accettiamo che il vallo ferroviario resti una ferita urbana senza cura, senza presidio, senza progetto di qualità visibile ai cittadini.
Non accettiamo piazze lastricate che aumentano le isole di calore invece di generare ombra, verde, suolo vivo e benessere.
Non accettiamo che sicurezza, ambiente, salute, mobilità, riposo e qualità della vita vengano considerati effetti collaterali.
Da tempo il Comitato di Quartiere chiede tavoli di confronto, incontri pubblici, dialogo aperto con le istituzioni, con RFI e con il commissario competente.
Da tempo chiede trasparenza, risposte, date, responsabilità, ascolto.
Eppure i confronti vengono continuamente rimandati, rinviati, svuotati, spostati più avanti, come se il tempo degli abitanti non avesse valore.
Ma il tempo del quartiere è adesso.
La vita quotidiana non può attendere la prossima promessa.
La salute non può attendere il prossimo comunicato.
La sicurezza non può attendere il prossimo tavolo mai convocato.
Il riposo non può attendere.
La dignità degli abitanti non può essere rimandata.
Denunciamo l’incapacità della pubblica amministrazione, a tutti i livelli, di garantire controllo, informazione, tutela e ascolto reale.
Denunciamo l’opacità nella gestione del vallo ferroviario, delle aree di cantiere e delle ricadute sulla vita quotidiana.
Denunciamo la distanza tra chi decide e chi subisce.
Denunciamo una politica che continua a parlare del quartiere senza parlare con il quartiere.
A RFI, al Commissario straordinario, a Roma Capitale, alla Regione Lazio, al Municipio e agli organi di controllo chiediamo risposte pubbliche e immediate:
Un cronoprogramma chiaro, aggiornato e accessibile.
Un presidio reale delle aree critiche, soprattutto nelle ore notturne.
Controlli su rifiuti, alcol, rumore, sosta selvaggia e sicurezza.
Monitoraggi trasparenti sulla qualità dell’aria e sull’impatto del traffico.
Misure concrete per limitare il rumore del cantiere, in particolare di notte.
Rispetto delle condizioni di lavoro nei cantieri e verifica dei turni degli operai.
Il ripristino certo e tempestivo delle strade chiuse per voragini e dissesti.
Una revisione della viabilità che tenga conto della vita reale degli abitanti.
Un progetto sulle strisce blu utile ai residenti, non punitivo e non isolato dal resto dei problemi.
Un piano del verde serio, contro le isole di calore e contro la cementificazione dello spazio pubblico.
Tavoli di confronto pubblici, periodici e vincolanti con cittadini, Comitato di Quartiere, RFI, commissario e istituzioni.
Una comunicazione continua con gli abitanti, non comunicati calati dall’alto.
Il Pigneto non chiede privilegi.
Chiede rispetto.
Rispetto per chi vive qui tutto l’anno.
Rispetto per chi apre la finestra ogni mattina.
Rispetto per chi dorme poco, respira male, cammina tra rifiuti, buche, voragini, cantieri e promesse non mantenute.
Rispetto per chi non vuole che il proprio quartiere diventi merce, passaggio, consumo, abbandono.
Un quartiere che chiede cura e sicurezza non può tollerare che la malamovida diventi spazio di intimidazione, apologia fascista e offesa alla memoria antifascista e democratica del Pigneto.
Noi siamo il Pigneto che resta.
Il Pigneto che abita.
Il Pigneto che cura.
Il Pigneto che vede, comprende, documenta, partecipa.
Il Pigneto che chiede confronto e riceve rinvii.
Il Pigneto che non accetta più di essere trattato come terra di nessuno.
Il quartiere non è di chi lo consuma.
È di chi se ne prende cura”.

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